La prossima settimana
Figliə fuori sede e un tempo ordinario che non tornerà
“La lontananza rimpicciolisce gli oggetti all’occhio, li ingrandisce al pensiero.” Arthur Schopenhauer
C’è una telefonata che conosco a memoria, anche se non è la mia. L’ho vissuta e me l’hanno raccontata in modi diversi, con voci diverse, ma è sempre la stessa telefonata. Breve. Normale. Con una madre o un padre, una sorella, un fratello dall’altra parte che dice: “Sto bene, non preoccuparti.”
E tu ci credi. O fai finta di crederci. Perché hai bisogno di crederci.
Poi riagganci. E torni alla tua vita.

Alcune delle mie amiche più care hanno perso un genitore negli ultimi mesi.
Siamo tutte figlie fuori sede. Chi da quindici anni, chi da più.
Me ne sono resa conto, parlando con loro, di quanto quella perdita avesse avuto un sapore diverso per ognuna.
Non solo il dolore. Qualcosa di più specifico, più silenzioso. Il peso di non essere presenti.
Non nel senso del funerale, delle pratiche, delle notti insonni in casa di famiglia. Nel senso di prima. Negli anni prima.
I genitori che hanno figli lontani imparano presto a non dire tutto. Non per mancanza di fiducia, per amore. Non vogliono disturbare, non vogliono sembrare un peso, non vogliono che tu ti senta in colpa per una scelta che hanno sempre detto di supportare. Allora minimizzano. Rimandano. Dicono: “ne parliamo quando vieni”.
E tu, dall’altra parte del telefono, lasci correre. Perché vuoi credere che vada tutto bene. Perché è più facile.
Chimamanda Ngozi Adichie, in Appunti sul dolore1, racconta di aver chiamato suo padre il 9 giugno. Una chiamata breve, lui era stanco, lei era riuscita a farlo ridere. Si erano detti buonanotte.
Ka chi fo, disse. Buona notte. È l’ultima cosa che mi ha detto.
Quando arriva la perdita, ci si trova a fare i conti con qualcosa che è difficile anche solo nominare. Non è solo il dolore, quello ce lo aspettiamo, in qualche modo. È tutto il resto. Il rumore di fondo di una domenica a casa. Il modo in cui preparava il caffè. La voce che commentava il telegiornale durante la cena, discorsi lasciati a metà.
Cose che non hai mai pensato di memorizzare. Abitudini che sembravano sempre lì, sempre recuperabili. A portata di treno.
C’è un’espressione che ho letto da qualche parte: Missing Out on Ordinary Life. La perdita lenta e silenziosa della quotidianità condivisa. Per chi vive lontano, quella perdita non inizia con la morte. Inizia molto prima, il giorno in cui si parte. E cresce in ogni pranzo saltato, ogni compleanno passato al telefono, ogni “vengo la prossima settimana”, che non è mai diventato davvero questa settimana.
Quello che resta, dopo, è una specie di spaesamento che non ha un nome preciso.
C’è la vita che hai costruito altrove. In un’altra città, tua, piena di cose che ami, di persone che ora sono la tua comunità. Vita che la tua famiglia conosce solo per sentito dire. Sa qualche nome, ha visto qualche foto. Ma non sa come è fatta la tua quotidianità. Non conosce il bar di fronte l’ufficio dove vai quando hai bisogno di staccare o i colleghi con cui pranzi. Le strade che attraversi.
E poi c’è la vita che hai lasciato, che ha continuato a scorrere senza di te, e che ora ha perso qualcosa che non si ricomporrà.
Sei rimasta a metà. Non del tutto di qua, non del tutto di là.
Donatella Di Pierantonio ha scritto: “Non sapevo più da chi provenivo.”
Per chi perde un genitore da lontano, quella frase smette di essere metafora. Il genitore era anche il filo che teneva insieme le due versioni di te: quella di prima e quella di adesso. Senza di lui, senza di lei, le due vite restano lì, vicine ma non più cucite insieme.
Non ho una risposta a tutto questo. Non penso che esista.
So solo che quel senso di colpa per non essere state lì, per aver lasciato correre, per aver creduto che ci fosse ancora tempo non nasce da un errore. Nasce da una condizione. Quella di chi ha scelto di vivere altrove e ha amato lo stesso, a distanza, nel modo imperfetto e necessario in cui si ama quando ci sono chilometri in mezzo.
Volevo dirlo, questo.
Anche per me. Perché a volte, ho bisogno di sentire che in questo posto sospeso amare da lontano è ancora amare.
Chimamanda Ngozi Adichie, Appunti sul dolore (Einaudi, 2021)


